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Nuova Via della Seta, ecco come la Cina si gaserà con la Russia

Pubblicato il 21/09/2019 - Start Magazine

Uno dei veri obiettivi della Nuova Via della Seta? Puntare a un approvvigionamento di energia stabile, abbondante e relativamente a buon mercato per la Cina con partner euroasiatici. I punti essenziali di un report dell’Ispi

Quando in Italia, questa primavera, impazzò il dibattito sulla firma da parte del governo italiano del Memorandum of Understanding sulle nuove vie della Seta cinesi, si è familiarizzato con questo maxi-progetto infrastrutturale di Pechino, noto anche come Belt and Road Initiative (BRI), che rappresenta la punta di lancia geo-economica del nuovo corso globale del Dragone retto dal presidente eterno Xi Jinping.

Ci sono tuttavia degli aspetti della BRI che, nelle concitate discussioni della scorsa primavera, erano rimaste fuori dai radar. Quando si pronuncia la parola BRI si fa riferimento infatti solo allo sviluppo di corridoi e reti di connettività terrestri e marittimi a cavallo dell’Eurasia, e alla sistemazione dei relativi terminali, destinati a far fluire più comodamente e velocemente il made in China in direzione del Vecchio Continente (e viceversa?). La BRI è senz’altro questo, ma non solo.

A gettare luce su un versante tutt’altro che secondario della BRI è un recente rapporto dell’Ispi firmato dal ricercatore della Nato Defense College Foundation Fabio Indeo. Un saggio che comincia con il ricordare come la gigantesca trama politico-diplomatica tessuta dalla Cina con decine di Stati del blocco euroasiatico per assicurarsi la loro partecipazione alla BRI e ai suoi mega-progetti abbia avuto, tra i suoi scopi, anche la necessità di promuovere due aspetti fondamentali per la sicurezza del modello politico-economico cinese: la cooperazione energetica con i partner eurasiatici e l’interconnettività delle infrastrutture energetiche.

Considerata sotto questa luce, la BRI acquista addirittura una valenza fondamentale dal punto di vista della stessa politica estera cinese: l’obiettivo insito nel lancio del progetto, scrive Indeo, è infatti di aggredire “i fattori di vulnerabilità che connotano lo scenario energetico nazionale”, puntando ad acquisire una “condizione di sicurezza” che scaturisca da “un approvvigionamento di energia stabile, abbondante e relativamente a buon mercato”.

Per Pechino, in altre parole, la BRI rappresenta la soluzione al grave problema strutturale che ne piega lo sviluppo e ne frustra le ambizioni di crescita: l’insufficiente produzione interna di petrolio e gas naturale che, abbinata all’elevata domanda di queste risorse da parte di un tessuto produttivo sempre più energivoro, rende Pechino cronicamente dipendente dalle importazioni e, quindi, soggetta alle incertezze del quadro geopolitico.

Prendendo a riferimento i dati dell’anno scorso, la Cina risulta importare oltre dieci milioni di barili di petrolio al giorno, con una dipendenza dalle importazioni pari al 69%. Già problematica di per sé, questa situazione è destinata ad aggravarsi nel futuro. Nel 2040, ad esempio, si stima che i barili giornalieri necessari ad alimentare la crescita economica saranno 13 milioni, facendo raggiungere alla dipendenza dalle importazioni la ragguardevole soglia dell’80%. La bolletta energetica cinese nel frattempo si aggraverà ulteriormente a causa dell’import di gas naturale, che è destinato a quadruplicarsi per raggiungere i 280 miliardi di metri cubi (Gmc) all’anno.

A tutto ciò si aggiunge poi un fattore di estrema vulnerabilità, ossia la marcata dipendenza – per l’approvvigionamento energetico – dalle rotte marittime, da cui passa all’incirca l’80% dell’import di petrolio e gas diretto in Cina (da segnalare, in particolare, che il 75% del petrolio passa attraverso lo stretto di Malacca e il 50% attraverso quello di Hormuz, teatro delle recenti tensioni tra Usa e Iran).

Sono proprio questi gli elementi di fragilità che la Cina intende superare con la BRI e, dunque, con una strategia che punta a realizzare, per dirla con Indeo,  “una rete infrastrutturale di oleodotti e gasdotti” grazie ai quali “bilanciare la dipendenza dai corridoi marittimi riducendo il transito attraverso lo stretto di Malacca”.

Pechino ha già realizzato alcune di queste infrastrutture, in certi casi addirittura prima del lancio della stessa BRI sei anni fa: stiamo parlando del gasdotto Cina-Asia Centrale (2009), dell’oleodotto sino-kazako (2009), e dell’oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (2011), che oggi figurano a pieno titolo nella lista dei “progetti infrastrutturali BRI”.

Tra i progetti partiti dopo il 2013 vanno invece menzionati anzitutto quelli con la Russia. In piedi con Mosca ci sono l’investimento di oltre un miliardo di euro da parte del Silk Road Fund per una quota del 10% nel progetto Yamal LNG, che prevede la costruzione di un terminal di liquefazione nel porto russo di Sabetta da dove viene esportato GNL attraverso la rotta artica verso i mercati asiatici ed europei; l’acquisizione di una quota del 10% del nuovo progetto Arctic LNG da parte della Chinese National Petroleum Company; infine, l’imminente entrata in funzione del gasdotto Power of Siberia, dal quale la Cina otterrà 38 Gmc di gas naturale all’anno.

L’interlocuzione con un paese come la Russia che è già oggi il principale fornitore di petrolio per la Cina (oltre il 15% delle importazioni) è un punto imprescindibile della strategia di Pechino. La prossimità geografica tra i due Paesi consente infatti di realizzare oleodotti e gasdotti che non devono passare attraverso paesi terzi, abbattendo così il rischio geopolitico e scongiurando la minaccia di potenziali interruzioni delle forniture.

A rispondere alle medesime esigenze strategiche cinesi si presta poi anche la cooperazione energetica con le repubbliche centroasiatiche. E qui un ruolo di primo piano lo svolge l’oleodotto sino-kazako, la cui capacità di trasporto (400 mila barili di petrolio al giorno) sommata a quella della ESPO (600 mila) e a quella dell’oleodotto sino-birmano (400 mila) offre alla Cina la possibilità di soddisfare circa il 15% delle  importazioni petrolifere.

La regione offre poi enormi potenzialità anche in termini di gas naturale su cui la Cina ha già appuntato la propria attenzione. Il solo gasdotto Cina-Asia Centrale convoglia in Cina 45 Gmc di gas naturale, ovvero la quasi totalità delle importazioni via terra e il 37% delle importazioni totali di gas. Tra i partner più promettenti per Pechino c’è poi il Turkmenistan, da cui l’anno scorso sono partiti in direzione Cina 33 Gmc. E un ruolo sempre maggiore lo rivestiranno Uzbekistan e Kazakhstan, che entro il 2021 dovrebbero riuscire a convogliare in Cina attraverso un gasdotto ben 85 Gmc/a.

Per la Bri e il suo beneficiario cinese non sono tuttavia solo rose e fiori. Alcuni progetti infrastrutturali già pianificati sono stati congelati a causa del sopraggiungere di ripensamenti da parte dei partner,  preoccupati per il peso dei debiti contratti col Dragone e, soprattutto, per le sempre meno velate ingerenze politiche cinesi in un continente come l’Asia dove l’antico egemone Usa sta da tempo mettendo tutti sull’attenti.

Un mix di fattori economici e politici ha quindi fatto sì che due dei progetti chiave della BRI – il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) e gli oleodotti che avrebbero dovuto trasportare via terra il petrolio dal porto di Gwadar sull’Oceano Indiano sino alla provincia occidentale cinese dello Xinjiang – siano attualmente sospesi.

Questi intoppi non hanno arrestato tuttavia lo slancio dei demiurghi della BRI, nel cui pentolone bollono ancora una serie di progetti da finanziare e cantierare. Si va dal potenziamento del porto birmano di Sittwe e di quello pachistano di Gwadar come terminal di distribuzione energetica, allo sviluppo di progetti per la produzione di elettricità da rinnovabili nella regione ASEAN fino alla realizzazione del Global Interconnection Project.

Insieme a quelle che abbiamo discusso poco sopra, queste sono – è la conclusione di Indeo – “le iniziative chiave sulle quali la Cina è intenzionata a puntare per legittimare le proprie ambizioni energetiche globali”.

Marco Orioles

Cinapolitica internazionaleRussiaStart Magazine
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