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Udine, jihadista a 15 anni: «Ditemi come far passare una cintura esplosiva»

Pubblicato il 08/04/2018 - La Repubblica

Traduzioni, aiuti logistici, istruzioni su come costruire una bomba, link a video su YouTube di guerriglieri dello Stato Islamico. C’era tutto questo dentro Khilafah News Italia, il nome che un ragazzo di 15 anni, nato nel nostro Paese da genitori algerini e residente in provincia di Udine, aveva dato a uno dei suoi due canali su Telegram, ritenuto, sostengono gli investigatori, uno dei principali veicoli della narrativa jihadista. Circa 200 i lupi solitari seguaci del minorenne che attraverso l’app diffondeva messaggi di propaganda dell’Isis, foto, video, traduzioni. Soprattutto traduzioni, precise e accurate. Come quella del testo della rivendicazione dell’attentato terroristico di Berlino, dicembre 2016. Ma anche di altri documenti dei vari “media ufficiali” del Califfato, tradotti in modo impeccabile, che poi diffondeva con l’hashtag # califfatoIT. Indagato per istigazione a delinquere per attività di proselitismo a favore dell’Isis attraverso la diffusione e la traduzione di contenuti propagandistici, per il ragazzo – che continua normalmente ad andare a scuola – è iniziato un percorso di recupero e deradicalizzazione, grazie ad un team di psicologi, per “scollegarlo” dalla cyber jihad.
Sono i dettagli resi noti ieri che hanno messo la parola fine alla lunga e complessa operazione “Ansar” da parte del servizio Cyberterrorismo della Polizia postale di Trieste, della Digos di Trieste e Udine e della procura del tribunale per i minorenni del capoluogo giuliano. Un’operazione iniziata nel dicembre del 2016 e che sei mesi fa ha portato alla prima perquisizione nella casa del ragazzo. Dentro il suo zaino manoscritti in lingua araba e una bandiera dell’Isis, fatta artigianalmente. Oltre a Khilafa News Italia, il 15enne gestiva anche “Stato Islamico frontiera d’Europa”, con circa 60 membri iscritti: qui affidava ai componenti del gruppo le traduzioni in francese, spagnolo e italiano di alcuni documenti del Califfato che lui stesso recuperava. Proponendosi anche come “facilitatore” per aiutare e assistere i combattenti che avessero voluto raggiungere lo Stato Islamico. «Ti posso aiutare nella tua impresa: Akhi lo faccio perché è un piacere ed è un dovere. Non avrai solo indicazioni. Ci sono molti fratelli che sono in fila», scriveva in una chat. E, ancora: «Il fratello ci ha messo 15 minuti per creare una bomba», commentava in un video. «Il materiale è roba semplice che compri al supermercato». «Come faccio a far passare una cintura esplosiva attraverso le porte automatiche?», chiedeva in un’altra discussione. Un ragazzo apparentemente tranquillo, che non aveva mai mostrato segnali di radicalizzazione. Tanto che la famiglia (mamma, papà e altri fratelli minori), immigrata nell’udinese molti anni fa e ben integrata nella comunità, non si era accorta mai di nulla. «Prima ha negato tutto, poi ha iniziato a collaborare: in ogni caso non voleva compiere nessun attentato nella sua scuola, come qualcuno ha sostenuto inizialmente», afferma Leonardo Tamborini, procuratore capo del tribunale per i minorenni di Trieste, che ha condotto le indagini. «Ora è seguito da una squadra di psicologi nominata dalla procura», spiega Alessandra Belardini, a capo della polizia postale del Fvg. «All’inizio era seguito quotidianamente, ora settimanalmente, in un percorso di deradicalizzazione, che serve anche alla famiglia, onesti lavoratori», continua Belardini. «Un fenomeno che unisce in una miscela esplosiva una versione medievale dell’Islam e un approccio ipermoderno ai media», commenta Marco Orioles, sociologo dell’Islam.

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