Siria, quel cessate il fuoco che nessuno rispetta

Il Friuli
Venerdì 23 marzo 2018

In un nostro commento pubblicato poco più di un mese fa su “Il Friuli” avevamo sottolineato come nel mese di febbraio fosse riesplosa la violenza in Siria. Molta preoccupazione aveva suscitato in particolare l’assedio da parte delle truppe siriane di Ghouta, sobborgo orientale di Damasco e roccaforte dei ribelli, che da anni resistono ai tentativi di riconquista da parte del regime. La sofferenza degli abitanti della Ghouta sotto i bombardamenti e i colpi di artiglieria del regime e del suo alleato russo ha fatto il giro del mondo, suscitando allarme ed indignazione. Per questo motivo, le Nazioni Unite decisero di intervenire, e il 24 febbraio il Consiglio di Sicurezza ha approvato all’unanimità una risoluzione che ordinava un immediato cessate il fuoco in tutto il territorio siriano per permettere di soccorrere i feriti e di far transitare gli aiuti umanitari. Purtroppo, però, quella risoluzione è rimasta lettera morta. Il regime siriano si è rifiutato di obbedire alle sue disposizioni, e ha anzi intensificato le operazioni per riconquistare Ghouta. Centinaia di altri civili sono morti nei giorni successivi a causa dei bombardamenti, mentre il resto della popolazione passava giorno e notte terrorizzata nei seminterrati e il prezzo dei generi alimentari di base si accresceva di giorno in giorno. Mentre scriviamo, il regime afferma di controllare circa il 70% della Ghouta, e sono in corso trattative per far evacuare i ribelli in altre zone della Siria non controllate dal regime. È facile profetizzare che la parabola della resistenza a Ghouta si stia esaurendo, per volontà di un regime che ha deciso di riconquistare “ogni centimetro quadrato” del territorio perduto durante sette anni di guerra civile. Ma non è solo il regime siriano ad aver violato la risoluzione sul cessate il fuoco. Più a nord, la Turchia ha proseguito imperterrita la sua operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”, con la quale si è prefissa di mondare il cantone siriano di Afrin dalla presenza dei militanti curdi dell’YPG, considerati gemelli dei terroristi separatisti turchi del PKK e quindi un pericolo mortale per la sicurezza della Turchia. Dal 20 gennaio, giorno di inizio dell’operazione, la Turchia ha avanzato passo dopo passo nel territorio di Afrin con un chiaro obiettivo: espugnare il capoluogo Afrin, centro nevralgico dei miliziani YPG. Afrin è caduta domenica 18 marzo. Ma Erdogan, tutt’altro che soddisfatto, ha già annunciato di voler proseguire l’offensiva su tutto il territorio a cavallo tra il confine turco e quello siriano, arrivando fino al nord dell’Iraq, per liberarlo dalla presenza dei militanti del YPG e del PKK. Con buona pace dell’ONU e della sua missione di preservare la pace nel mondo.

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