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Cosa aspettarsi dal viaggio di Biden in Medio Oriente?

Pubblicato il 12/07/2022 - Start Magazine

Joe Biden si appresta a imbarcarsi su un volo che lo porterà in Medio Oriente nella sua prima visita nella regione da quando è presidente, con in programma due tappe dalla profonda rilevanza strategica per gli Usa: Israele e Arabia Saudita.

Una visita e un volo storici

Il suo viaggio può già definirsi storico in quanto Biden sarà il primo presidente che volerà direttamente da Israele in Arabia Saudita, segno di tempi profondamente mutati sin da quando il suo predecessore Donald Trump ha ispirato il processo di normalizzazione tra Stato ebraico e mondo arabo culminato con la stipula degli ormai famosi “Accordi di Abramo”.

Usa mediatori

Nonostante l’agenda del presidente sia fitta per ciascuno dei due Paesi, si discute molto del suo ruolo di mediazione per una possibile svolta nei rapporti tra Gerusalemme e Riyad.

La  sintesi delle aspettative emerge da un servizio del sempre ben informato quotidiano israeliano Haaretz e intitolato significativamente “Che cosa la visita di Biden creerà tra Arabia Saudita e Israele – e che cosa non creerà”.

Alla vigilia della partenza, nota anzitutto il giornale, il presidente Usa ha fatto diffondere attraverso il Washington Post un editoriale nel quale rimarcava come il suo viaggio rappresentasse “un piccolo simbolo delle germoglianti relazioni” tra due universi che fino a poco tempo addietro si consideravano nemici giurati.

Le sue parole lascerebbero intendere la possibilità di un progresso nelle relazioni diplomatiche fra Israele e Arabia Saudita nell’ambito di un rapporto che ormai da diversi anni, seppur a livello informale, si va formando e consolidando.

Una lenta normalizzazione

Secondo le fonti di Haaretz, tuttavia, è da escludere uno sviluppo clamoroso analogo ai passi che ha compiuto un Paese come gli Emirati Arabi Uniti, primo firmatario degli “Accordi di Abramo”.

Non che la Casa Bianca non ci stia lavorando; anzi sin dal suo insediamento l’Amministrazione Biden sta operando dietro le quinte per favorire la normalizzazione dei rapporti tra la culla dell’ebraismo e quella dell’Islam.

I nodi della guerra in Yemen e del caso Khashoggi

Ma secondo Haaretz i tempi non sono ancora maturi anche a causa del risentimento che i sauditi nutrono nei confronti di un governo Usa le cui posizioni nei confronti del Regno sono state fin da principio apertamente critiche soprattutto per via del prolungarsi della guerra in Yemen e dello scottante caso di Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 in un raid compiuto da agenti sauditi sotto copertura e il cui mandante, secondo l‘intelligence Usa, sarebbe nientemeno che il principe regnante ed erede al trono Mohammad bin Salman.

Ecco perché, sempre secondo Haaretz, da parte saudita si pretenderebbe almeno una parziale distensione sull’asse Washington-Riyad, prima di prendere in considerazione un passo gravido di conseguenze come la normalizzazione dei rapporti con Israele.

È significativo, in tal senso, lo scoop di ieri di Reuters secondo cui i sauditi starebbero esercitando pressioni sull’Amministrazione Biden affinché rimuova l’embargo sulla vendita di armi offensive a Riyad deciso l’anno scorso.

Tempi non maturi per un’alleanza militare

Un altro progetto destinato per ora a rimanere nel cassetto per via di difficoltà tecniche e di un certo scetticismo israeliano è quello di un’alleanza militare tra Israele, Arabia Saudita e un pezzo significativo del mondo arabo in chiave antiiraniana. I tempi per un’operazione così ambiziosa non sono semplicemente maturi.

L’accordo in fieri sulla restituzione ai sauditi di Tiran e Sanafir

Ciò che la visita di Biden potrebbe propiziare, almeno secondo una rivelazione fatta da Axios nel mese di maggio, è un accordo a tre che coinvolgerebbe Arabia Saudita, Israele ed Egitto, e riguarderebbe il trasferimento di sovranità dal Cairo a Riyad di due isole nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, non lontane dal porto israeliano di Eilat.

Tanto il Parlamento quanto la Corte suprema dell’Egitto, cui l’Arabia Saudita concesse la sovranità sulle isole nel 1950, prima che Israele se ne impossessasse durante la guerra dei Sei giorni nel 1967 salvo restituirle al Cairo pochi anni dopo, hanno già dato luce verde all’accordo, che richiede ora alcuni dettagli tecnici prima di essere implementato.

Ciò che la mediazione Usa sta tentando di rendere possibile è che l’Arabia Saudita, una volta rientrata in possesso delle isole, conceda a Israele il diritto di sorvolo per i suoi jet commerciali diretti verso l‘Oriente e la Cina e l’India in particolare.

Questa eventualità costituirebbe un tangibile passo in avanti in termini di utilizzo dello spazio aereo saudita ai voli in partenza da Israele attualmente limitato ai collegamenti Dubai-Tel Aviv e Manama-Tel Aviv.

L’accordo schiuderebbe anche la possibilità per i pellegrini musulmani in partenza da Israele di raggiungere i luoghi sacri in territorio saudita utilizzando una rotta più breve.

La politica dei piccoli passi

Se Biden riuscirà effettivamente a far stringere la mano ai rappresentanti sauditi e israeliani finalizzando l’accordo per la restituzione di Tiran e Sanafir, potrà oggettivamente ottenere un vistoso successo nella politica dei piccoli passi che sta gradualmente avvicinando Gerusalemme e Riad.

È stato lo stesso primo ministro israeliano Yair Lapid a rivelare il mese scorso che le voci di una possibile intesa per allargare l’accesso di Israele allo spazio aereo saudita “non sono prive di fondamento”. Mentre a marzo parole distensive sono uscite dalla bocca di Bin Salman circa il fatto che “non vediamo Israele come un nemico, ma piuttosto come un potenziale alleato nei molti interessi che possiamo coltivare insieme”.

Ci sarebbero dunque tutte le premesse perché dal suo viaggio in Medio Oriente Biden non ritorni a mani vuote. Non potrà magari sbandierare un nuovo accordo di Abramo o benedire la nascita della Nato araba e israeliana ma avrà portato a casa un risultato concreto che conferma il clima di crescente sintonia tra due ex rivali come Israele e Arabia Saudita.

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