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La tregua fragilina in Siria. Il Punto di Orioles

Pubblicato il 20/10/2019 - Start Magazine

Che cosa succede (davvero) in Siria al di là della retorica sulla tregua. Il Punto di Marco Orioles

In questo teatro dell’assurdo che è la politica mediorientale dell’amministrazione Trump, capace di dare prima l’ok alla Turchia per l’invasione dei territori curdi salvo poi minacciare poche ore dopo Ankara di distruggere la sua economia se avesse torto un capello ai curdi stessi, l’ultimo spettacolo da contemplare è il cessate il fuoco strappato giovedì al presidente turco Erdogan dal vice di Trump, Mike Pence, precipitatosi dal recalcitrante alleato per salvare il salvabile.

Sigillato in una lunga dichiarazione congiunta che potete leggere qui, l’accordo Usa-Turchia è stato definito una pezza peggiore del buco, non foss’altro perché – come hanno sottolineato in coro in America i parlamentari di opposizione e non pochi dello stesso partito di The Donald, e mezzo mondo al seguito – ha le sembianze di una capitolazione alle richieste perentorie di Ankara.

In tal senso, suonano perfettamente coerenti con l’impostazione brechtiana della politica Usa le parole con cui il drammaturgo in chief The Donald ha salutato l’intesa. “Questa è una situazione in cui tutti sono felici”, ha affermato l’altro ieri il tycoon. “I curdi sono molto contenti. La Turchia è molto contenta. Gli Stati Uniti sono molto contenti. E sapete cosa vi dico? La civiltà è molto contenta. Questa è una grande cosa per la civiltà”.

A questo punto, il critico teatrale che c’è in noi non può fare a meno di mettere a confronto le parole del presidente Usa con la situazione sul terreno nella Siria nordorientale. Dove, come hanno testimoniato i vari media e le agenzie di stampa presenti sul campo, la tregua vacilla.

Nella mattinata di venerdì, quando l’inchiostro dell’accordo Usa-Turchia doveva ancora asciugarsi, a Ras al-Ayn – epicentro dei combattimenti e soprattutto dei violenti bombardamenti turchi scattati la settimana scorsa – tanto l’Associated Press quanto Reuters riferivano di alte colonne di fumo prodotte dai colpi di mortaio lanciati dalla parte turca del confine.

Notizia sostanzialmente confermata dall’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari, che ha parlato di una situazione “calma in gran parte delle aree, con l’eccezione di Ras al-Ayn, dove colpi di mortaio e di arma da fuoco sono continuati” nella prima parte della giornata.

E se per l’AP intorno alle 10:30 circa il fuoco delle batterie turche era ormai cessato, poche ore dopo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e il Rojava Information Center documentavano intensi combattimenti alle porte di Ras al-Ayn tra forze curde e i miliziani siriani alleati di Ankara.  Il bilancio del primo giorno di tregua sarebbe, secondo le fonti curde, di tredici morti tra le fila curde e cinque civili rimasti uccisi.

Non molto dissimile è la situazione registrata ieri,  sebbene –secondo le fonti di Reuters – la situazione al confine sarebbe stata dominata dalla “calma”:

Bastava però rivolgersi alla concorrente AP per leggere che “le due parti stavano continuando a spararsi attorno (a) Ras al-Ayn”, dove i curdi avrebbero ingaggiato vari combattimenti con le forze rivali, denunciando inoltre che il personale medico non è riuscito ad entrare in città per soccorrere i feriti.

Nello stesso dispaccio AP si leggeva anche che, a detta dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, le milizie siriane alleate di Erdogan hanno sconfinato, avanzando verso il villaggio di Shakariya, a est di Ras al-Ayn, per ingaggiare scontri armati coi curdi.

A denunciare violazioni del cessate il fuoco non sono stati tuttavia i soli curdi. Con l’aiuto del tweet dell’agenzia di stampa turca Anadolu, il Ministero della Difesa turco ha reso noto ieri che nelle 36 ore precedenti le forze curde avrebbero messo a segno a Ras al-Ayn 14 “attacchi e molestie” contro quelle turche e siriane, usando mortai nonché razzi anti-aereo e anti-carro:

I nostri ormai fitti dubbi si moltiplicano ulteriormente se prendiamo in considerazione un altro elemento chiave dell’accordo negoziato da Washington e Ankara: la richiesta del Sultano di un ritiro, entro 120 ore, di tutte le unità curde dalla “safe zone” al confine tra Turchia e Siria.

Ritiro di cui però, secondo le agenzie, “non vi era alcun segno”. Per il New York Times, al contrario, i curdi non solo non si sarebbero allontanati di un millimetro dalle aree da cui Erdogan pretende la loro sparizione, ma vi si sarebbero trincerati in “posizioni difensive”.

Era stato d’altro canto proprio il comandante delle SDF, il generale Mazloum Abdi, ad affermare due giorni fa che le sue forze avevano sì accettato il cessate il fuoco, ma che non era prevista alcuna direttiva per le stesse finalizzata al loro ripiegamento:

È in questo contesto che precario è dir poco che si inseriscono le nuove parole minacciose di Erdogan. Che, il giorno dopo aver promesso a Pence di trattenere i suoi uomini e mezzi qualora i curdi avessero rispettato i patti, ha anticipato che “se la promessa non sarà mantenuta, senza alcuna eccezione, l’Operazione Fonte di Pace riprenderà un minuto dopo le 120 ore (di tregua pattuita) con ancora più determinazione”.

Non è tutto. Sempre venerdì – giorno di preghiera per l’Islam e dunque propizio per annunci solenni e marziali – il Sultano ha dettato le sue personalissime condizioni per la pace, affermando che la “safe zone” da cui i curdi dovrebbero ritirarsi per far spazio alle sue avrebbe dovuto estendersi assai più di quanto concordato con gli americani, scendendo cioé in profondità per 32 km in territorio siriano e allungandosi – parola di Erdogan – “per 440 km da ovest a est”.

Che la situazione resti fragile è dunque un eufemismo. L’unico elemento di speranza, per chi intravede legittimamente nuovi spargimenti di sangue all’orizzonte, è che martedì il tonitruante capo di Stato turco si vedrà faccia a faccia con Vladimir Putin a Sochi.

Come Erdogan stesso ha dichiarato alla stampa, l’obiettivo del pour parler è propiziare una “riconciliazione con la Russia su quegli aspetti che sono ragionevoli e accettabili per tutti”.

Dopo l’uscita di scena volontaria della superpotenza a stelle e strisce, che ha fatto sparire in gran fretta i propri uomini dal Nordest della Siria abdicando dal suo ruolo imperiale (anche se salvando la faccia all’ultimo minuto con quella tregua gracile strappata al Sultano), la palla incandescente del conflitto turco-curdo è insomma passata nel campo dello Zar.

Il quale, da arbitro di una contesa che deve conciliare ormai le esigenze di una molteplicità di attori compresenti sul medesimo campo (minato), sta già muovendo le sue pedine.

Con l’incontro di Sochi già fissato in agenda, Putin ha già provveduto a spedire una sua delegazione a Damasco per incontrare il presidente Bashar al-Assad e raccogliere il suo punto di vista su come sbrogliare la situazione nel Nordest della Siria.

Questo rinnovato protagonismo della Russia sul fronte siriano è qualcosa che gli americani, dopo averlo di fatto propiziato, sono ora costretti ad ammettere con un misto di rassegnazione e di sollievo. Lo ha fatto con estremo candore l’inviato speciale della Casa Bianca per la Siria, James Jeffrey, constatando come “abbiamo al momento una situazione molto imbrogliata (nel Nordest della Siria), con i russi, l’esercito siriano, quello turco, gli americani, le SDF e alcuni elementi di Daesh che galleggiano tutto intorno”: un pasticcio, insomma, di cui qualcuno deve farsi carico.

E se lo Zar riuscirà in questo miracolo, il critico teatrale che alberga in noi giornalisti nell’era di Donald Trump può  ben aspettarsi che qualcuno, il prossimo anno, avanzi una sua candidatura per il Nobel per la Pace.

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