Battaglia finale contro l’Isis, ma l’incubo continuerà a lungo

Il Friuli
Venerdì 15 Febbraio 2019

È cominciata sabato 9 febbraio nella Siria orientale la battaglia finale contro l’Isis. Obiettivo degli attaccanti: liberare l’ultima enclave ancora nelle mani degli jihadisti, il villaggio di Baghuz, che sorge a pochi passi dal confine con l’Iraq. Meno di cinque chilometri quadrati in cui sono asserragliati tra 400 e 600 irriducibili, molti dei quali composti dai famigerati foreign fighters, i volontari stranieri che si sono uniti alla causa sanguinaria del califfo Abu Bakr al-Baghdadi lasciandosi tutto alle spalle. La battaglia di Baghuz è iniziata con dieci giorni di ritardo per permettere a ventimila civili di trovare rifugio, ma anche – riferisce il New York Times –per portare a termine una trattativa che, in cambio di un passaggio sicuro per i tagliagole verso la provincia nordoccidentale di Idlib, portasse alla liberazione di numerosi prigionieri. Mentre scriviamo, l’offensiva delle Forze Democratiche Siriane (SDF), la milizia composta dai curdi dell’YPG e da altri combattenti arabi, è in pieno corso. Il portavoce delle SDF ha parlato su Twitter di combattimenti durissimi, rallentati dalle numerose trappole esplosive disseminate sul terreno e dalla presenza di un migliaio di civili. Ma è ormai questione di giorni: secondo i comandanti delle SDF, alla fine di febbraio sarà tutto finito. Ma se le ultime vestigia di quel califfato fondato nel 2014 sui terreni sottratti alla Siria e all’Iraq sono destinate a sparire presto, non lo stesso può dirsi per la minaccia rappresentata da una formazione che continuerà a tentare di colpire, in Siria come in Occidente. Durerà forse decenni la sfida all’ordine mondiale posta da quei gruppi che, come l’Isis ma anche la mai defunta al Qa’ida, si alimenta di un’ideologia che predica la distruzione degli Stati nazionali secolari e la loro sostituzione con un unico impero teocratico che, dal Maghreb all’Indonesia, unifichi le terre dell’Islam sotto un’unica bandiera. Il sogno di Abu Bakr al-Baghdadi, dell’uomo che nel giugno 2014 si era proclamato comandante di tutti i credenti, è ancora vivo e vegeto ed è condiviso da un numero imprecisato ma non certo irrisorio di seguaci di questo verbo estremista. La sopravvivenza di questo mito continuerà ad insidiare la stabilità di interi paesi. E a richiedere, da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, una continua vigilanza. Come ha dimostrato l’attentato di Strasburgo dello scorso autunno, noi occidentali rimaniamo nel mirino perché rappresentiamo un nemico ideologico oltre che un avversario militare. Baghuz cadrà, ma la lotta continua. Anche per noi.

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