Il rischio della caccia alle streghe

Messaggero Veneto
Sabato 9 giugno 2018

Il giro di vite sull’islam politico annunciato ieri dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz e dal suo ministro degli Interni Herbert Kickl rientra nella dialettica conflittuale tra parte del mondo politico austriaco e le comunità islamiche del paese. Una dialettica che non comincia certo oggi, ma è stata aggravata dall’ascesa al potere dopo le elezioni dello scorso ottobre del Partito della Libertà (FPÖ). L’Austria è però da ben prima in fibrillazione per il presunto pericolo derivante dalla presenza, all’interno delle comunità islamiche, di orientamenti radicali. I provvedimenti presi ieri dal governo riguardano non a caso sei moschee arabe di tendenza salafita, e una moschea finanziata dal governo turco. Il salafismo è una corrente dell’islam maturata a cavallo tra XIX e XX secolo che predica la più stretta osservanza dei dogmi dell’islam e un ritorno ai costumi dell’era di Maometto, considerato il modello di riferimento dell’homo islamicus. I predicatori salafiti insegnano che la musica è peccaminosa e vietano a uomini e donne di stringersi la mano. Ma ciò che è peggio è che il salafismo scoraggia l’integrazione degli immigrati musulmani e favorisce invece la loro auto-ghettizzazione. Chi si rifà ai dettami salafiti rifiuta a priori l’inclusione nella società ospitante, nel timore che ciò implichi la contaminazione della propria cultura. Si tratta, evidentemente, di una sfida per qualsiasi società, chiamata a scegliere se tollerare o meno la presenza di “comunità parallele” che scelgono di non mescolarsi con i cittadini di altre fedi e convinzioni e di coltivare invece in perfetto isolamento i propri valori. L’Austria ha scelto di contrastare questa tendenza. La legge sull’islam del 2015, pur ribadendo la libertà di culto per i musulmani, statuisce che non c’è spazio nel paese per chi non persegue l’integrazione. È una legge concepita anche per impedire che i cosiddetti “predicatori d’odio” possano esercitare liberamente le proprie funzioni, manipolando le menti dei fedeli e incoraggiando la loro radicalizzazione. I provvedimenti di ieri hanno preso di mira ad esempio una moschea turca dove si è registrato un episodio che coinvolge dei minori, fotografati in atteggiamento marziale nell’atto di inscenare la battaglia di Gallipoli. Una rappresentazione plastica di ciò che il governo austriaco ritiene non possa accadere nelle moschee del paese. Le decisioni dell’esecutivo di Vienna hanno non a caso attirato l’attenzione del nostro ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha espresso il suo plauso e invocato una collaborazione su questi temi con il suo collega austriaco. È auspicabile che l’Italia, dove l’islam è del tutto deregolamentato, segua le orme del nostro vicino e applichi misure restrittive nei confronti di chi diffonde versioni intolleranti della fede di Maometto? La risposta è sì, ma con un caveat: l’importante è che una linea dura nei confronti dell’islam radicale non si trasformi in una caccia alle streghe. Non vorremmo che, nei prossimi cinque anni, andasse in scena lo scontro frontale tra istituzioni e comunità islamiche. La libertà religiosa deve avere dei limiti, che coincidono con l’interesse generale della società. Ma non può essere soppressa arbitrariamente nel nome di battaglie ideologiche. L’Austria ha fatto delle scelte comprensibili ma che non dobbiamo emulare per forza solo perché piacciono ai populisti di casa nostra. Il contrasto dell’islam radicale è cosa buona, ma le guerre sante lasciamole agli altri.

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