La doccia scozzese della recessione

Il Piccolo
Domenica 20 Gennaio 2019

Doccia scozzese per il governo del cambiamento. Al bagno di euforia seguito al varo dei suoi provvedimenti bandiera, reddito di cittadinanza e quota 100, è seguita la tempesta dei dati del Bollettino di Bankitalia, che segnalano la caduta del Paese nei vortici della recessione. Il segno meno negli ultimi due trimestri del 2018 non è solo il sintomo del malessere di un Paese che non cresce più. È, soprattutto, un campanello d’allarme per il governo, costretto a constatare l’inconsistenza dei propri piani economici. Se infatti anche l’Istat certificherà, a fine mese, l’ingresso dell’Italia nella recessione, salterà l’intera impalcatura della manovra, che si regge su proiezioni di crescita oramai irrealistiche. Con ricadute sulla misura – il reddito di cittadinanza – attraverso cui l’esecutivo intendeva rilanciare l’economia e addirittura inseguire, secondo le enfatiche dichiarazioni di Luigi Di Maio, il sogno di un nuovo “boom”. Se nel 2019 l’Italia crescerà come dice la Banca d’Italia dello 0,6%, contro la previsione governativa dell’1%, seguirà automaticamente l’aumento di un deficit già fissato sulla soglia di guardia del 2%, Con la conseguenza di far scattare le clausole di salvaguardia che, concordate con l’UE durante la sfibrante trattativa d’autunno, imporranno di congelare ulteriori spese dedicate a reddito e quota cento. Onde non sfasciare conti pubblici in bilico, si profilerà inoltre la necessità di una manovra correttiva, con la conseguente scure di un aumento delle tasse. Uno scenario devastante, per un governo che ha strombazzato la natura rivoluzionaria del proprio programma economico. Non è un caso, perciò, che Matteo Salvini abbia preso pubblicamente le distanze dall’esultanza dell’alleato pentastellato per l’approvazione del reddito di cittadinanza. In quanto leader di uno schieramento che ama rappresentarsi come portavoce del mondo produttivo, il ministro dell’Interno ha digerito con malcelata insofferenza un provvedimento dal sapore assistenzialista che drena risorse da un budget statale che, sul fronte cruciale degli investimenti, è rimasto all’asciutto. Una misura che, oltretutto, partorisce una macchina organizzativa complessa, piena di paletti e fondata su una pia speranza: che i centri per l’impiego saranno in grado di fornire ai beneficiari del reddito tre proposte di lavoro entro diciotto mesi. Eventualità improbabile, per un sistema che gestisce attualmente non più del 3% delle mediazioni tra domanda e offerta di lavoro. La scommessa di Di Maio è destinata dunque a scontrarsi frontalmente con la realtà: quella di un Paese che rimane boccheggiante e per la cui ripartenza c’è bisogno di altro, non ultimi quegli investimenti in infrastrutture che – Tav docet – il M5s non prende nemmeno in considerazione. Anche per questo, Salvini si smarca. E punta, dopo il probabile exploit alle Europee di maggio, ad imporre al governo la propria agenda, depurata dal populismo economico di un alleato che rischia seriamente di rimanere scottato.

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