Elezioni 2019, fallisce il tentativo sovranista di “impossessarsi” dell’Europa

Messaggero Veneto
Lunedì 27 Maggio 2019

I risultati delle elezioni di domenica consegnano due verdetti chiari per le sfide che tutti, in Italia e non solo, abbiamo seguito col fiato sospeso. Per quanto concerne l’esito del voto sugli equilibri di governo, e dunque su quella competizione tra le due forze di maggioranza che aveva trasformato la campagna elettorale in una match a chi coniava l’invettiva più tagliente, la sentenza delle urne è inequivocabile e consegna a Matteo Salvini una vittoria oltre ogni aspettativa. La Lega diventa il primo partito del Paese con oltre il 34% dei consensi, e un picco superiore al 40% nelle regioni del Nord che, anche alla luce dell’exploit del Carroccio in Piemonte, si tingono di verde o, meglio, di blu sovranista. Per gli stellati, invece, l’unica espressione appropriata è débâcle: con appena il 17%, non solo dimezzano il risultato delle politiche del 4 marzo, ma si fanno superare contemporaneamente dai partner leghisti e persino dal deprecato Pd. Le conseguenze di questo clamoroso ma non del tutto inatteso ribaltone non tarderanno a manifestarsi nei dintorni di Palazzo Chigi, il cui Re travicello sentirà d’ora in poi sul collo il fiato di un Salvini la cui ambizione di spodestarlo ha ricevuto domenica un ulteriore incoraggiamento. Se infatti la matematica dice che i gialloverdi sono ancora maggioranza nel Paese, la robusta avanzata degli emuli sovranisti di Fratelli d’Italia e il dato ottenuto da un Cavaliere che arretra ma non scompare dimostrano che esiste una coalizione alternativa, di centrodestra ma monopolizzata dal salvinismo, in grado di essere premiata in caso di elezioni anticipate. Se dunque si può parlare di trionfo per la Lega e il suo leader, non altrettanto può dirsi per l’altra sfida che si è consumata, tra giovedì e domenica, nei 28 Paesi del Vecchio Continente. Fallisce infatti la scommessa delle forze sovraniste di diventare l’ago della bilancia del nuovo Europarlamento. Pur avendo perso non pochi seggi, saranno ancora il Partito Popolare Europeo e i Socialisti e Democratici a guidare il gioco che condurrà alla nomina delle nuove cariche comunitarie. Non disponendo però, per la prima volta nella storia del voto europeo, della maggioranza assoluta, Ppe e S&D dovranno necessariamente allearsi con i Liberali, con la probabile aggiunta di una costola verde, la vera sorpresa – sull’onda dei moniti di Greta – di questa tornata elettorale pan-europea. Ne risulterà così una coalizione a forte impronta europeista che relegherà all’opposizione, dunque ai margini del processo decisionale, i partiti nazionalisti ed euroscettici di tutte le risme. Non saranno insomma Matteo Salvini, Marine Le Pen e nemmeno Viktor Orbán, per citare i tre falchi anti-immigrazione che più di altri puntavano a uno spostamento a destra del baricentro europeo, a scegliere, tra le altre cose, il successore di Mario Draghi alla Bce. Si annunciano insomma tempi cupi per il nostro governo, considerata la manovra lacrime e sangue che incombe e la quasi sicura assenza, a Bruxelles, di interlocutori disposti a riscrivere le regole di un’Europa che non è cambiata come sognavano i sovranisti.

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