La scommessa Gerusalemme

Il Piccolo
Martedì 12 dicembre 2017

Non c’è una sola chiave di lettura per interpretare la mossa a sorpresa di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La versione più gettonata è che il presidente americano abbia mantenuto una promessa elettorale, con la quale l’allora candidato repubblicano volle ingraziarsi gli elettori di fede ebraica ed evangelica e propiziare i buoni rapporti con un leader, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nella cui causa Trump si riconosce. Sotto questa luce, la scelta del presidente Usa appare sommamente ingiusta, in quanto fatta per soddisfare il proprio ego nonché una fetta ristretta del suo elettorato a scapito di tutti coloro, e non son pochi, che palpitano per i palestinesi e ritengono che ogni questione legata all’annosa controversia tra arabi ed israeliani debba essere decisa solo dalle parti in causa. Questa è, d’altronde, la posizione dell’intera comunità internazionale, che non a caso si è unita nella condanna del fiat trumpiano. Dal presidente francese Emmanuel Macron alla premier britannica Theresa May, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres all’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini, si è levato un coro unanime di riprovazione della decisione unilaterale del capo della Casa Bianca e la preoccupazione per una mossa che, è stato detto, compromette fatalmente il negoziato tra israeliani e palestinesi. Lo scoppiare degli scontri nei territori palestinesi sarebbe la riprova che la scelta del presidente Usa è stata sconsiderata, grave e fuori luogo. Una scellerata provocazione che getta alle ortiche la reputazione degli Stati Uniti, che – come ha sottolineato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas – d’ora in poi non potranno più accreditarsi come mediatore disinteressato nei negoziati di pace. Il problema di questi argomenti è che, pur essendo condivisibili, non tengono conto di alcuni elementi. Anzitutto, il negoziato tra israeliani e palestinesi non è stato danneggiato dall’annuncio di Trump, perché era già morto. In secondo luogo, contrariamente a quanto è stato asserito, il presidente americano non ha riconosciuto la sovranità di Israele sull’intera Gerusalemme, negando così il diritto palestinese a rivendicare come capitale di un proprio futuro Stato la parte orientale della città santa. Nel suo annuncio, Trump ha precisato che spetterà alle parti stabilire la delimitazione territoriale tra la porzione di Gerusalemme adibita a capitale di Israele e quella che spetta alla futura capitale della Palestina. Trump ha dichiarato di voler semplicemente “riconoscere l’ovvio”, ossia che Gerusalemme è da sempre la capitale dello Stato ebraico, e solo questioni di opportunità politica hanno spinto i precedenti inquilini della Casa Bianca a non agire di conseguenza. Bisogna tenere conto che il Congresso nel 1995 votò una legge che obbligava il governo a trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme. Per 22 anni, i presidenti Usa hanno firmato un atto di rinvio di tale trasferimento, spinti dall’intenzione di non pregiudicare il negoziato. Trump ha invece deciso di uscire da tale ambiguità. Infine, il presidente americano ha presentato la sua decisione come primo atto della sua iniziativa di pace, che sarà dettagliata a gennaio. Un’iniziativa che agirà in un contesto mutato dalle primavere arabe, che hanno trasformato Israele da nemico dei paesi arabi a potenziale alleato. Le spregiudicate mosse dell’Iran nel Levante, con le milizie di Teheran che spadroneggiano in un territorio che va dal Mediterraneo a Baghdad, hanno spinto le potenze arabe a rivedere la propria posizione nei confronti di Israele, considerato ora un partner nella controffensiva anti-iraniana. Perché questa alleanza possa realizzarsi, è necessario rimuovere l’ingombro della causa palestinese. Gli americani, che sono i registi di questa operazione, hanno fatto il primo passo. Il secondo ora spetta a Israele, che in cambio del riconoscimento di Gerusalemme dovrà rendersi disponibile a riaprire il negoziato e a fare le necessarie concessioni ai palestinesi. La pace in Terra Santa potrebbe essere la sorpresa dell’anno che verrà.

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