Migranti e magliette rosse: quei pericolosi messaggi sul web

Messaggero Veneto
Martedì 10 luglio 2018

Come sottolineano i sondaggi, la rivoluzione salviniana paga. Il connubio di provvedimenti draconiani contro i migranti e di campagna elettorale permanente ha guadagnato al Carroccio, e al suo tonitruante leader, oltre il 30% delle intenzioni di voto degli italiani. Facile immaginare, perciò, che questa tattica persisterà. E che la guerra dichiarata contro i dannati della terra che approdano sulle nostre sponde è destinata a proseguire. A quale prezzo, però? Basta frequentare i social, l’agorà in cui si riverbera e prolunga l’odierno dibattito politico, per rendersi conto delle conseguenze della retorica imperante. La disfida al calor bianco tra i leoni da tastiera schierati in campi opposti – chi è pro e chi è contro l’accoglienza, quanti vogliono chiudere i porti e quanti vogliono riaprirli – sta mietendo una vittima illustre: l’utopia di internet come spazio chiamato ad unire il mondo in una rete capillare di comunicazione fruita, agita e condivisa. Quei visionari tecnofili che nel crepuscolo del XX secolo annunciarono l’entrata in scena di un nuovo universalismo, di un “non luogo” di cui l’interazione orizzontale, il dialogo e lo scambio sarebbero stati la cifra distintiva, non hanno fatto i conti con le fobie dei cittadini del terzo millennio. Fobie che trovano nell’immigrato il capro espiatorio, identificandolo come la sorgente di quel disagio diffuso alimentato in realtà dalle strutturali insicurezze di società irreversibilmente globalizzate. È una dinamica che, paradossalmente, trae nutrimento dal più antico dei sentimenti umani: quello identitario. Il senso del “noi”, intesi come comunità nazionale, regionale e locale, è diventato nell’era delle migrazioni di massa ancor più inseparabile da un “loro” da criminalizzare. La nozione sociologica di “out-group”, il gruppo cui si nega l’inclusione, è diventata tanto più saliente quanto più il nostro esecutivo individua nell’immigrazione un’emergenza da affrontare con il pugno duro. Ecco, perciò, che i segnali che arrivano dal Viminale e dalla sua poderosa macchina comunicativa si propagano a macchia d’olio, finendo per dividere chi li accoglie positivamente e chi vi intravede le tracce di una pericolosa deriva. Quanto è andato in scena ultimamente nelle praterie del web la dice lunga su quanto sia profondo questo crinale. Tre bambini nordafricani annegano al largo della Libia e i loro corpi finiscono immortalati in una cruda istantanea? Ecco scattare da un lato l’orgoglio degli orfani dei governi del centrosinistra, che attribuiscono alla disumanità di Salvini la responsabilità di quelle morti ed esortano la cittadinanza ad indossare una maglietta rossa in solidarietà con le vittime del mare. Ed ecco, dall’altro lato, la mobilitazione dei pasdaran del vicepremier; i quali, a colpi di insulti e fake news (i tre bambini erano bambolotti, e la foto un fotomontaggio, sostengono), si scagliano contro i primi, accusati di “buonismo” e di appartenere alla casta dei “radical chic”, col cuore a sinistra ed il portafoglio a destra. Internet doveva unirci, ci avevano detto, e creare una comunità planetaria di cittadini digitali: profezia che ha avuto vita breve, travolta dalla marea montante del sovranismo e dalla belligeranza che si consuma ogni giorno nell’agone dei social, specchio di un Paese lacerato e tribalizzato come non mai.

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