Pensioni e povertà, le due promesse in bilico

Il Piccolo
Sabato 15 Dicembre 2018

Giunta all’ultimo miglio, quando la procedura d’infrazione per extradeficit e debito eccessivo era ad un passo dal materializzarsi, la trattativa sulla legge di Bilancio tra governo italiano e Commissione Europea si sblocca. Dal 2,4% iniziale, il deficit prospettato dal primo ministro Giuseppe Conte al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker scende al 2,04%, assottigliando non poco la lista della spesa stilata dai due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Con buona pace dei “me ne frego” e dei “tireremo diritto” scanditi nei mesi scorsi dai consoli dell’esecutivo gialloverde, i “numerini” della manovra cambiano in extremis. Provocando l’ira della base che, sulla piazza dei social, denuncia il tradimento delle promesse elettorali. Ma come, si chiedono i militanti infuriati, non avevano giurato di rottamare l’odiata legge Fornero e di abolire la povertà? Non erano, reddito di cittadinanza e quota cento, il cuore della manovra del popolo festeggiata il 27 settembre dai ministri esultanti sul balcone di Palazzo Chigi? Per scongiurare la rivolta degli elettori di riferimento, il primo ministro Conte – uscendo, mercoledì pomeriggio, dal faccia a faccia con Juncker al palazzo Berlaymont – ha giurato che le promesse fatte non saranno tradite: reddito e quota cento si faranno, addirittura a platee invariate. Il capogruppo stellato alla Camera Francesco D’Uva lo ha definito “il miracolo” di Conte: preservare i provvedimenti simbolo della rivoluzione populista e, al tempo stesso, convincere l’interlocutore europeo che l’Italia non intende violare le regole. Merito, si dice, dei tecnici del Tesoro e dell’Inps, che lavorando sui programmi di spesa avrebbero trovato la quadra. Come si configureranno dunque, dopo il compromesso (ancora non ratificato, peraltro) con l’Ue, reddito e quota cento? Nessuno lo sa. Gli unici dettagli noti, circolati sui media ma mai confermati ufficialmente, riguardano quota cento. Con l’escamotage delle finestre trimestrali per lavoratori privati e semestrali per quelli pubblici, e con altri paletti come il divieto quinquennale di cumulo di assegno con un reddito da lavoro superiore a cinquemila euro, si assicurerebbe un risparmio, rispetto al previsto stanziamento di 6,7 miliardi di euro, di un paio di miliardi. Almeno per il 2019, il trucco dovrebbe funzionare, sebbene il problema – su cui si concentra la preoccupazione dell’Europa – resti per il biennio successivo, quando la spesa dovrebbe lievitare notevolmente. Per quanto riguarda invece il cavallo di battaglia grillino, il reddito di cittadinanza, il mistero è fitto. A pochi giorni dall’approvazione definitiva della legge di Bilancio, non è dato sapere come si sostanzierà. Gli ideatori, d’altronde, non hanno mai sciolto l’ambiguità in cui è immersa una misura presentata ora come un provvedimento per sostenere il reddito dei ceti più deboli, ora come una politica del lavoro. È chiaro, d’altra parte, che non sarà né l’una né l’altra cosa. Non un efficace sostegno al reddito dei cinque milioni di poveri censiti in Italia, perché l’apposito fondo, soggetto peraltro alla sforbiciata promessa a Bruxelles, è ben lungi dall’essere sufficiente, né mai potrà comportare l’erogazione dei mitici 780 euro ad ogni beneficiario. Non una portentosa politica del lavoro, perché nessuno crede che i nostri uffici per l’impiego dimostreranno, nei tempi previsti, di saper individuare tre “congrue” proposte di lavoro per ogni disoccupato. La catastrofe di una procedura d’infrazione, forse, è stata evitata. L’irritazione degli elettori delusi, invece, è alle porte.

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