Pericolo russo dai social

Il Piccolo
Sabato 18 novembre 2017

Poiché gli italiani andranno presto alle urne, sarà bene tenere conto di quanto è emerso dal meeting di lunedì a Bruxelles dei ministri degli esteri dell’Unione Europea. In quella sede, i capi delle diplomazie di nove Stati membri – Croazia, Repubblica Ceca, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Spagna, Svezia – hanno lanciato l’allarme: la Russia sta manipolando le opinioni pubbliche del Vecchio Continente per indurre una svolta politica favorevole all’agenda del Cremlino. Dai tempi dell’Unione Sovietica, Mosca ha sempre eccelso nelle tecniche della propaganda e della disinformazione. Oggi però questa vocazione ha saputo aggiornarsi all’era dei social media, che rappresentano il terreno in cui si alimenta il dibattito pubblico e si forma il consenso. Per capire come opera la strategia comunicativa russa, e a cosa miri, basta dare un’occhiata a quanto successo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed in Spagna. In America è scoppiato il Russiagate. Uno scandalo che non è legato solo all’inchiesta del super-procuratore Robert Mueller sulle presunte collusioni tra uomini del team elettorale di Donald Trump e intermediari del presidente russo Vladimir Putin. C’è un’altra dimensione del caso di cui non si parla abbastanza e che appare quanto mai inquietante: l’uso dei social fatto da agenti russi per veicolare, durante la campagna presidenziale americana del 2016, messaggi palesemente favorevoli al candidato che aveva espresso posizioni filo-russe, vale a dire Trump. Come hanno rivelato i legali di Facebook, Twitter e Google alle commissioni parlamentari che stanno indagando su quanto accaduto, Mosca ha diffuso su queste piattaforme numerosi post, foto e video incendiari studiati per incentivare gli elettori a votare Trump, a nutrire odio nei confronti di Hillary Clinton e a creare zizzania. In Gran Bretagna, invece, si è da poco scoperta l’esistenza su Twitter di oltre centomila account fasulli (“troll”) o automatici (“bot”) controllati dai russi che, nel periodo del referendum sulla Brexit, hanno postato messaggi a favore dell’uscita del Paese dall’Ue. Ed è di questa settimana una notizia non meno indicativa: subito dopo l’attentato jihadista di Westminster, un account Twitter che si presentava con le credenziali di un “patriota” texano ha diffuso la foto di una ragazza musulmana, riconoscibile come tale dal velo, che incedeva con fare apparentemente indifferente accanto al corpo di una vittima dell’attacco. La reazione della rete è stata immediata: l’immagine è stata ritwittata a tutto spiano con corredo di commenti indignati di chiaro stampo islamofobo. Spingendo l’autore dell’istantanea a intervenire per spiegare che, in altri scatti, si vedeva chiaramente come la ragazza fosse in realtà sotto choc. Oggi scopriamo che l’account che ha creato il caso era un software basato a San Pietroburgo, che le cyber-truppe di Putin utilizzano per disseminare fake news e incentivare l’esplosione della rabbia sociale. Altro episodio, dunque, che rivela il tentativo sfacciato dei russi di – per usare le parole del premier britannico Theresa May – “seminare discordia nel nostro mondo e minacciarne le istituzioni”. Al vertice di lunedì a Bruxelles, infine, il ministro degli estri spagnolo ha rivelato che i russi hanno utilizzato falsi account social per fomentare il separatismo catalano a ridosso del referendum indipendentista. La portata della minaccia è tale da non permettere, a noi italiani, di sottovalutarla in vista del voto della prossima primavera. È facile immaginare che i russi vogliano utilizzare gli stessi mezzi per sostenere le forze anti-sistema, le stesse che hanno espresso la propria simpatia per Putin e l’intenzione, in caso di vittoria elettorale, di far cadere le sanzioni nei confronti di Mosca. Poiché non ci sono contromisure efficaci, l’unica soluzione è rappresentata dal far sì che i cittadini siano consapevoli dell’esistenza di questa bieca propaganda veicolata da una potenza straniera. Perché alla fine siamo noi che possiamo distinguere i messaggi autentici da quelli che intendono condizionare la nostra libera espressione di un’opinione politica.

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