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Ius soli, uno stop che fa arretrare

Pubblicato il 20/09/2017 - Il Piccolo

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Salvo ripensamenti o forzature parlamentari, gli “italiani senza cittadinanza” sono destinati a rimanere tali. Si può immaginare come i figli degli immigrati abbiano accolto il passo indietro sullo Ius soli. Con lo scoramento di chi si sente negare un diritto. La legge di modifica della normativa sull’acquisizione della cittadinanza aveva superato il primo passaggio, con l’approvazione alla Camera nel 2015. Chi ha sostenuto il provvedimento non aveva, però, fatto i conti con il clima di diffuso turbamento intorno alla questione migratoria. Come evidenzia un recente sondaggio, il 46% degli italiani si dice preoccupato dalla crescente presenza straniera. È un dato imponente, che certifica la spaccatura del Paese su uno dei temi che qualificano l’attuale stagione sociale e politica. Il fronte progressista condivide la scena con un blocco sociale conservatore che assiste con sgomento all’incedere dei flussi migratori e ai cambiamenti demografici. Le migrazioni, sempre più, rappresentano uno dei crinali che dividono partiti e movimenti di opinione dei Paesi occidentali. Non vi è nazione in cui gli immigrati non rientrino nei programmi di chi mira al governo o ambisce a sabotare l’azione degli esecutivi. Dalla Germania del milione di profughi accolti nel 2015, all’America del muslim ban voluto da Donald Trump, all’Olanda di quel Geert Wilders il cui populismo si caratterizza per i toni anti-islamici, fino alla vicina Austria che minaccia periodicamente di chiudere il Brennero. Il fil rouge che unisce queste realtà è, da un lato, il risentimento di una fetta di cittadini per il presunto saccheggio di ricchezze e posti di lavoro da parte degli stranieri. Dall’altro lato, c’è il timore per una diversità culturale avvertita come minacciosa, capace di disintegrare le certezze valoriali e la sicurezza delle città. Questi sentimenti li abbiamo visti in azione più volte nel nostro Paese, sotto la forma di leggende metropolitane e pregiudizi che, man mano che aumenta la loro diffusione, assumono la compattezza di verità acquisite. Dura a morire è la voce secondo cui i profughi beneficino di una paghetta di trentacinque euro al giorno. Significativa anche la guerra degli stupri che si è consumata sui social network negli ultimi giorni. Gli abusi consumatisi a Rimini e considerati la riprova della propensione a delinquere degli immigrati si sono contrapposti a quelli di Firenze sulle studentesse americane, episodio che molti italiani hanno vissuto con disagio perché li ha costretti a fare i conti con la realtà di una violenza sulle donne che si riproduce a prescindere dal colore della pelle. In un clima così torbido è inevitabile che si perdano di vista le questioni fondamentali. Quella della cittadinanza ai figli degli immigrati ne è un esempio. Il passaggio dallo Ius sanguinis allo Ius soli è stato considerato dai proponenti l’inevitabile presa d’atto di una profonda trasformazione del nostro Paese, prodotta da una presenza strutturale di persone di origine straniera nel nostro tessuto sociale. Specialmente se nati qui, i figli degli immigrati non sono immigrati come gli altri, semmai lo sono. Sono ragazzi culturalmente italiani, con un ammirevole senso di appartenenza alle nostre comunità. Sebbene vi sia chi vive una condizione di doppia lealtà, la maggior parte di questa coorte non ha orizzonte diverso dall’italianità. Non sono differenti dagli italo-americani, che con il procedere delle generazioni hanno assunto i tratti tipici della mentalità statunitense, incluso il patriottismo. Per tutte le seconde generazioni, negli Stati Uniti come in Italia, il legame con il paese di origine di genitori e nonni è sempre più tenue, virtuale, annacquato da un vissuto fortemente intriso dei valori acquisiti nel Paese di residenza. La legge sullo ius soli ci avrebbe allineato, seppur in modo imperfetto, alla realtà giuridica statunitense, ma anche francese e inglese. A quella di Paesi cioè in cui si è preso atto che l’immigrazione rappresenta la normalità, e una normalità che arricchisce il panorama culturale, demografico ed economico. Se la riforma sulla cittadinanza salterà, come pare probabile, avremo perso l’ennesima opportunità di diventare un Paese normale.

Il Piccolo
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