Elezioni: abbiamo un problema

Messaggero Veneto
Martedì 13 marzo 2018

I risultati delle elezioni del 4 marzo consegnano un altro problema al nostro paese. Le urne hanno premiato due forze, Movimento Stelle e Lega, con un dna euroscettico. Indipendentemente da come saranno condotte le consultazioni al Quirinale, è ovvio che il nuovo governo italiano porterà avanti una linea che rispecchierà, almeno in parte, le idee delle due formazioni populiste, per non parlare di programmi che, come la flat tax o il reddito di cittadinanza, metteranno a repentaglio il nostro già gracile quadro finanziario. Con leader come Luigi Di Maio o Salvini a dettare la linea, scatterà automatica la preoccupazione dei nostri partner europei. A temere di più i prossimi scenari italiani sono francesi e tedeschi. Parigi e Berlino hanno da tempo sospeso il dialogo sulle riforme necessarie all’Europa e all’eurozona. Lo hanno fatto per motivi elettorali. Nella Ville Lumiere c’era da votare un nuovo presidente e nominare un nuovo governo. A Berlino c’era da insediare un nuovo parlamento e un nuovo governo. Sappiamo come sono andate le due vicende. A Parigi Emmanuel Macron ha avuto largamente la meglio sulla rivale Marine Le Pen, e ha potuto imbarcarsi in un corso che rispecchia profondamente le convinzioni di questo virgulto della politica francese, incluso un convinto europeismo. In Germania si è votato a settembre, ma i risultati delle elezioni hanno indebolito le due formazioni maggiori – la CDU di Angela Merkel e la SPD di Martin Shultz – e concesso numerosi seggi al partito xenofobo Alternativa per la Germania. Il risultato è stato che le trattative per la formazione di un governo si sono protratte sino al 4 marzo e si sono concluse con la formazione di una nuova Grosse Koalition con Merkel alla guida e un rinnovato credo europeista. L’asse franco-tedesco si è ricomposto e può ora tornare a carburare. Macron ha ritrovato l’interlocutore con cui discutere del suo ambizioso programma di euro-riforme illustrato a settembre alla Sorbona. Quale sarà il ruolo dell’Italia a trazione populista, nelle trattative per cambiare le regole di funzionamento dell’Europa? Qui si intravedono non pochi rischi. Il primo è che Francia e Germania facciano da sole, e impongano ad un’Italia recalcitrante le novità che vorranno sfornare. Il secondo è che il nostro paese si metta di traverso, e aumenti il novero delle nazioni che stanno paralizzando la vita politica e amministrativa dell’Unione. Ma c’è un terzo scenario che andrebbe preso in considerazione. Sin dalle consultazioni per la formazione del governo, si potrebbe imporre al nascituro esecutivo una linea almeno timidamente europeista e di non boicottaggio delle riforme più importanti sul tappeto. L’Europa è già troppo divisa per permettersi di perdere un altro dei suoi motori. Ci sono dossier delicati in attesa di essere affrontati: oltre alle proposte avveniristiche di Macron, ci sono l’unione bancaria, la riforma del meccanismo del bail-out, la creazione di un meccanismo automatico per ristrutturare il debito dei paesi in difficoltà, e non dimentichiamo il dossier migranti. In tutti questi temi la voce dell’Italia deve essere forte e chiara, altrimenti rischiamo il declino.

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