Inquietanti fabbriche di troll nell’epoca dei sovranismi

Il Piccolo
Sabato 4 agosto 2018

Non bastavano la natura deteriorata del dibattito pubblico in Italia, i conati di odio sul web e la propagazione virale di bufale. A corrompere ulteriormente il clima ci stanno pensando i falsi profili social manovrati dalla Russia. Che, come denuncia il Corriere della Sera, nel pomeriggio del 27 maggio scorso – giorno in cui il presidente Mattarella si rifiutò di avallare la nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, facendo saltare il processo di formazione del nuovo governo – inondarono la rete di messaggi incentrati sulla parola d’ordine “Mattarella dimettiti”. Come sappiamo, fu l’attuale vicepremier Luigi Di Maio a chiedere l’impeachment del Capo dello Stato, reo di aver bloccato la nascita del governo giallo-verde. La campagna di delegittimazione di Mattarella fu alimentata dai seguaci del leader grillino e del suo alleato leghista, inviperiti per un veto in cui riconobbero i crismi del sopruso della casta e dei poteri forti. Tutto si può dire tranne che ai due azionisti del governo pentaleghista manchino falangi di leoni da tastiera pronti a sostenere in tutti i canali le battaglie dei propri eroi. Ma la presenza, sulle principali piattaforme social, di agenti stranieri che interferiscono in queste ed altre circostanze, intervenendo nella dialettica politica di casa nostra, è qualcosa che dovrebbe preoccupare ogni sostenitore della democrazia. Perché in democrazia, la discussione è il momento chiave in cui si formano le opinioni, passaggio propedeutico al conferimento del proprio sostegno alle singole forze politiche. E se queste forze politiche beneficiano di un “aiutino” dall’estero, da parte di sabotatori di professione, è la democrazia ad essere in pericolo. Quando una fabbrica di troll con sede a San Pietroburgo decide di puntare le proprie bocche di fuoco mediatico sul dibattito italiano per condizionarlo e orientare il favore degli elettori, o la loro antipatia, su precisi obiettivi, è la sovranità popolare ad essere messa a repentaglio. Da tempo le autorità americane ci avvertono: la Russia vuole destabilizzare le democrazie occidentali. Nella guerra ibrida condotta da Mosca, le cyber-armi svolgono un ruolo fondamentale. Lo hanno dimostrato le elezioni presidenziali americane 2016, durante le quali i social furono presi d’assalto dalle brigate cibernetiche di Putin che propiziarono surrettiziamente la vittoria di Donald Trump. Ma i troll e i bot del Cremlino sono entrati in azione in svariate altre occasioni, tra cui la Brexit, la crisi catalana, le presidenziali francesi e – secondo l’ex vicepresidente Usa Joe Biden – il referendum costituzionale italiano. Il modus operandi di queste operazioni di ingerenza è stato messo a nudo dalle indagini del procuratore speciale Robert Mueller, che sta conducendo in America l’inchiesta sul Russiagate. Oltre a tre milioni di tweet, nell’archivio digitale di Mueller sono finiti sedicimila account Twitter sospetti in italiano, accusati di aver condizionato gli umori dell’opinione pubblica del nostro Paese. Lo scopo di questo sforzo è noto: oltre a seminare zizzania tra i cittadini per favorire l’emersione dell’estremismo, i russi vogliono provocare una svolta pro Mosca nei Paesi presi di mira. È accaduto così negli Usa, dove a prevalere nel 2016 è stato il candidato populista che aveva promesso la distensione con il Cremlino. Sta avvenendo anche in Italia, dove il putinismo è mania dilagante ed è uno dei biglietti da visita del governo del cambiamento. È il caso di chiedere al nostro esecutivo, che deve muoversi nel sentiero stretto tra l’alleanza occidentale e le simpatie russe, se le sue scelte siano ancora sovrane o se, invece, siamo tutti ostaggi di Putin.

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