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Con la vittoria della Meloni si allarga il fronte populista: l’Europa teme uno stravolgimento dei rapporti di forza e delle alleanze

Pubblicato il 27/09/2022 - Messaggero Veneto

Che cosa significa per l’Ue l’imminente formazione a Roma, ossia nella terza economia dell’Eurozona, di un governo a forte trazione di un partito sovranista?

Il timore che circola nelle cancellerie europee è quello di uno stravolgimento dei rapporti di forza tra i 27 determinato dall’allargamento del fronte populista.

Risale ad appena due settimane fa il trionfo alle urne dei democratici svedesi, diventati il secondo partito del Paese nonostante le chiare origini neofasciste. La vittoria di Giorgia Meloni consolida quest’onda, come si intuisce dall’esultanza dei leader più euroscettici per il risultato elettorale italiano. Dal premier polacco Mateusz Morawiecki a Jordan Bardella del Ressemblement National francese a Balazs Orbán, direttore politico dell’Ufficio del premier Orbán, passando per Santiago Abascal del partito neofranchista spagnolo Vox fino all’eurodeputata e vice leader di Alternativa per la Germania (Afd) Beatrix von Storch, tutti hanno parole di stima e di amicizia per Meloni e intrattengono intensi rapporti con il partito della fiamma tricolore.

Potrebbe essere irresistibile per il governo Meloni la tentazione di fare asse con questi due Paesi voltando le spalle alle tradizionali alleanze italiane con i Paesi fondatori come Francia e Germania.

Un assaggio di questa sinergia lo si è potuto vedere nel voto di due settimane fa dell’Europarlamento chiamato a decidere se sanzionare l’Ungheria privandola di una parte dei fondi europei per via delle sue continue violazioni dello Stato di diritto: in quell’occasione Fratelli d’Italia insieme alla Lega si espressero contro il provvedimento invocando la legittimità del governo ungherese in quanto eletto dal popolo.

Stiamo dunque assistendo ad una ascesa dell’estrema destra in Europa? In verità già nel 2016, dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump nelle presidenziali Usa, erano stati in molti a predire un exploit dei partiti euroscettici e nazionalisti.

Se il successo l’anno scorso dei socialdemocratici in Germania e la battuta d’arresto di AFD sembravano suggerire che il fenomeno fosse in ritirata, già lo stesso anno arrivò il ballottaggio delle presidenziali francesi che assegnarono a Marin Le Pen, pur arrivata seconda, un risultato record di oltre 13 milioni di voti pari al 41% delle preferenze. “La pacchia è finita” si è lasciata sfuggire Meloni a proposito dei rapporti con l’Europa.

Ma le continue dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale dalla leader sulla continuità della linea europeista e atlantista, ancorché necessarie per rassicurare sia l’elettorato che i mercati, fanno intravvedere uno scenario di prudenza nel posizionamento europeo.

Nemmeno a Meloni sfugge l’importanza di garantirsi rapporti se non altro di non belligeranza con il gruppo di guida dell’Ue che vede Francia e Germania determinanti in ogni circostanza. Nonostante le apparenze, dunque, non si può escludere una svolta pragmatica.

Meloni GiorgiaMessaggero VenetoRoma
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